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13 Mar 2019

Porti: Trieste pronta a accogliere gli investimenti cinesi

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PORTO_TRIESTE_CINA

D'accordo il mondo della politica e dell'economia.

 

Il monito di Washington preoccupa ma la fibrillazione in città per l'eventuale prossimo arrivo dei cinesi è palpabile, tale da superare il punto di non ritorno.

D'altronde, l'Autorità portuale guidata da Zeno D'Agostino da anni è impegnata in una riorganizzazione amministrativa e logistica dello scalo e in una sua 'blindatura' perché gli investitori che dovessero arrivare - asiatici, americani o africani - trovino un perimetro giuridico entro il quale agire.

"E' falso dire che svendiamo l'Italia o il porto di Trieste ai cinesi", ammoniva pochi giorni fa D'Agostino. Ora gli ha fatto eco il potente assessore regionale leghista alla Sicurezza e Autonomie locali Pierpaolo Roberti che ha puntualizzato: "Diversamente da quanto succede in altri Stati, non possiamo vendere pezzi di porto, possiamo dare concessioni. Quindi quello che è successo alla Grecia con il Pireo non può accadere nel porto di Trieste. Dopodiché dobbiamo vigilare e stare attenti: accettiamo tutti gli investimenti, ma dobbiamo poterli gestire noi".

 

Anche sul Pireo, così frequentemente tirato in ballo come esempio negativo dell'atteggiamento da padrone di Pechino, c'è comunque da obiettare. Matteo Parisi, della omonima storica casa di spedizioni, ricorda che da quando lì è arrivato il colosso cinese Cosco "in quello scalo lavorano duemila greci che prima erano disoccupati". Il progetto originario cinese prevedeva la costruzione di una ferrovia lungo i Balcani per arrivare direttamente in Europa ma poi per le difficoltà orografiche e la tormentata situazione sociale, ha fatto deviare la Belt and Road Initiative marittima su Adriatico (Venezia, Trieste, Koper) e Tirreno (Genova). Per ragioni diverse, tra questi porti, il traffico dell'ultima tappa si concentrerebbe su Trieste. Per il momento, tuttavia, gli accordi da firmare prevedono solo una collaborazione sullo sviluppo della rete ferroviaria.

 

Parisi ha le idee chiare: "Dobbiamo puntare su traffici come questi per crescere e creare lavoro. Ma bisogna distinguere tra chi intende farsi finanziare progetti dai cinesi e chi è pronto a mettersi in società con i cinesi, cioè siglare intese perché si sostenga un progetto industriale. Questo è un modello sano". Leggi tutta la notizia

 

 

Fonte: ANSA

 

 

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